Dalla Cima dell’Etna

Minkia!. Eureka!. Nella millenaria lingua profonda e r/esistente del Sicilianu Novu, una Lingua zattera mediterranea di relitti antropologici e poco più- una Lingua che è un residuale sistema di pensiero e di forti concetti: u “Sintimentu” è concrezione di Cuore e Cervello e agisce –ormai quasi solo dall’inconscio, come dissonanza cognitiva-su un recettore: quello della Nostalgia. L’unica “algia”, malattia, che indica con chiarezza, nel sintomo, la sua stessa causa e perfino il rimedio. I russi la chiamano “toska po rodine”, il male del paese, lo sradicamento, la perdita della Vera Casa.

Una malattia dell’Anima. La Civiltà mediterranea ne chiama la Cura con un Nome: nòstos, ritorno a Casa. Ritrovare la Casa, fosse pure saccheggiata e rovinata, è la Cura. Perchè se è vero che ogni luogo è il centro del mondo e nessun luogo vale un assedio, è pur vero che nessun luogo ne vale un altro.

Nello Zohar – la Kabbala ebraica descrive il fiume che esce dall’Eden e lo chiama Jobel, Giubileo. L’Albero dell’Identità, nella visione combattente del profeta Geremia, attinge a questo Fiume. Cosa vuol dire?. Che il viaggio dell’Umanità, la Storia, tende a un Ritorno. Alla Terra del Ritorno si accede, sospinti dal Nostos, la “Nostalgia”, attraverso la Porta degli occhi nuovi che ci servono ad essere ed esserci in un altro modo, gli occhi nuovi per vedere Archimede che scopre il Metodo o l’Oro del Sudan scorrere nei kanat dell’Isola Giardino di Siqillya. Sebbene non ci siano morti da resuscitare, ma solo vivi che hanno il diritto di essere Siciliani nella Verità organizzata nella CoScienza, la Verità che rende liberi. La Verità senza fronzoli che mi fa dire 2+2=4. La SICILIA italienata è una COLONIA autistica. E non se ne esce che su un Cammino di LiberAzione organizzato nella CoScienza.

L’Albero di Trinakria ha il suo fiume che esce dall’Eden. Ad esso deve attingere. O niente.

Se il passato è solo il luogo delle forme senza forze (Paul Valéry) -sta a noi restituirgli vita e necessità attraverso le nostre passioni e i nostri valori, cercando Verità e Bellezza nelle cose del Mondo, cercando, in breve, quella Salute autentica che si genera dal radicamento in una Terra assoluta, cosmica, concreta, che puoi chiamare patria-matria e accarezzare con gli occhi del Sintimentu, sicula concrezione di Cuore e Cervello. Questa, e non altro, è la nostra Trinakria.

La Vita è un viaggio. E viaggiare è pellegrinare, tra le parole e tra le cose. Varcare per spiaggiarsi dove la rena parla la lingua degli orologi a polvere. James Cook, esploratore inglese del Settecento, chiese a un marinaio micronesiano come facesse a orientarsi nell’Oceano, a tracciare la rotta, a non perdersi. Ne ricevette una mappa di segni incomprensibili…In realtà il navigatore micronesiano può attraversare anche 4oo miglia marine non solo nell’uso sapienziale delle correnti, ma costruendo efficaci sistemi di riferimento, triangolazioni mentali imperniate sulla Stella Polare e sulle altre Costellazioni in relazione a un’Isola immaginaria che si muove, tracciando la rotta, tra il punto di partenza e l’approdo finale.

Una mappa di segni incomprensibili?. La mappa non è il territorio, né il territorio è la Terra. Cosiccome una bussola non è la Stella Polare, né una carta geopolitica vale più delle vesti di Arlecchino: gli attuali Stati verranno spazzati via, non meno di quelli che li hanno preceduti.

Ce lo narrano nella CoScienza -stratificati come cenere di generazioni intere- i depositi memoriali della CIVILTA’ SICILIANA, che contengono un tesoro nostro e una smisurata eredità di libertà che ci giunge da uomini e donne che spesso non ci hanno lasciato neanche il loro nome e quando l’hanno fatto c’è sempre stato, c’è, un Potere che ha provveduto e provvede a cancellarlo.

“Aperta alle influenze dall’esterno, come lo era all’immigrazione dei popoli che abitavano il continente e le Isole…la Terra del Sol Levante non ha avuto inibizioni nell’adottare e sviluppare idee di provenienza esterna. Il Giappone è la Sicilia dell’Asia”.

Riflettendo sull’importazione dal Continente del buddismo Zen in Giappone, Arthur Cotterel (“Dictionary of World Mythology”) stabilisce una analogia tra i due Arcipelaghi: quello nipponico e quello siciliano.

In verità diecimila anni di GeoStoria siciliana –mascariata e ammucciata- attendono una metanarrazione costruita nella CoScienza. Dal Realismo dialettico (Marx-Engels) alla geofilosofia dell’insularità, che ha una sua base scientifica -a mio avviso sviluppabile in Teoria (non avessero occultato perfino Immanuel Kant, saremmo già assai più avanti!).

Nel 1775 Immanuel Kant, incompreso, definì le nebulose come “universi-isola”. La Filosofia aveva ancora i piedi per Terra, per questa Ragione riusciva a volgere lo sguardo al Cielo.

Nella costellazione del Triangolo, la galassia M33 è una Spirale perfetta. I Grandi Antichi identificarono il Triangolo come Sicilia cosmica, mentre non serve grande immaginazione a leggere in M33 le forme della Triskeles….

La Triskeles danzante è il simbolon della Scienza Sacra corrispondente a queste relazioni. Archetipo vivente identificato –tra l’altro- con la Civiltà siciliana.

In principio, la Geologia preparò il Teatro. “La salsedine si strinse, pressata dalle vampate del Sole…” (Empedocle, Poema Fisico). L’Ossigeno, sviluppatosi come forma di “inquinamento” e combinandosi con altri elementi, determina, nel Cambriano, la Vita biologica come noi la conosciamo.

I Continenti nascono come Isole, ma in ogni Isola vive un Continente. Se muoiono le Isole muore il Mondo. Luogo di accumulo della potenza marittima (C.Schmitt) sono il caglio delle Civiltà, l’Athanor alchemico che sperimenta la Storia prima di offrirla al Mondo. O, più modestamente, un luogo speciale dal quale alzare uno sguardo sul Mondo.

“Caligante di nascente zolfo è la bella isola di Trinakria” scrisse Dante nella Commedia.

Un Cuore di Zolfo batte nel suo sottosuolo e un Vulcano è il perno della sua identità, quotazero dell’Anima siciliana, quanto l’insularità mediterranea è vortice che attrae e accumula quel sea power, quella potenza marittima che può essere impugnata dal Popolo Siciliano o dai suoi dominatori: è solo una questione di rapporti di forza.

La Cima dell’Etna dalla quale osservare questa Storia è dislocata Altrove, in altre regioni teologiche. Da lì tutto appare più chiaro. Da lassù si suona la katabba. Una parola skallyana che rimanda a kitab, che in arabo vuol dire Libro. “Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il mondo chiama farfalla” (Lao Tse).

Nella Storia della Sicilia antica si sono consumate tutte le forme politiche della “modernità”, e forse oltre. Platone cercò di costruire a Siracusa, e non altrove, la sua Repubblica ideale. E il verbo delle lotte di classi ed etnie nella Sicilia antica, dei suoi conflitti costituenti lo spazio di civilizzazione siciliano, si declina al presente.

Non è dell’età della pietra che stiamo parlando, chè per costruire il primo computer, dicono, usarono una invenzione di Archimede, scienziato siracusano (e ministro degli esteri nel lungo e fin troppo pacifico Regno di Gerone che si conclude con la distruzione e la razzia romana della Pentapoli siciliana, nel 212 a.C.).

Cosiccome multiforme nell’invarianza è stata la r/esistenza identitaria dei Siciliani nella lunga durata, nei secoli. Il Vespro del 1282 è l’atto di nascita d’ una Nazione, di una koinè etnoculturale, sulle cui insegne gialle e rosse v’era scritto: “BONU STATU E LIBBIRTA’!”. Come sostiene il Bresc, l’affermazione del Popolo Siciliano come nazione, a partire dall’insurrezione del Vespro e nel corso del secolo di conflitti che ne scaturirono, aveva esaurito le forze dell’Isola in una lotta troppo lunga contro nemici troppo potenti.

Non c’è partito, sindacato, scuola, università, chiesa, televisione, rockstar, pornostar ecc… che ponga al centro del suo agire il diritto dei Siciliani alla libertà autentica, all’evoluzione spirituale, all’Indipendenza. Ma c’è Fata Morgana nello Scilla e Cariddhi, c’è un cuore di zolfo che anima questa Terra Bellissima. C’è la Sicilia che fa i Siciliani: purchè lo si voglia…

Noi non siamo gli eredi di nulla, noi siamo l’eredità. Noi siamo la nostra Leggenda. Dobbiamo solo cantarla nella Lingua dell’Identità. Il Popolo Siciliano esiste da migliaia di anni. E se la Nazione Siciliana del secolo XXI ha radici impressionanti, per quanto vero sia che non di sola “gloria passata” si può campare, non vedo ragione per cui questa Gloria non debba essere restituita al nostro Popolo, per farne un Popolo, appunto.

Nella parte dei giudici, ma spesso anche dei boia, magari ai vertici dell’industria editoriale, non è difficile trovare dei siciliani: la vetta, nell’hit parade dell’ascarismo d’altobordo, è occupata certamente da Elio Vittorini, quando, introducendo per la rivista Menabò e di vera malavoglia, “I giorni della fera” di Stefano D’Arrigo (nucleo narrativo dell’Horcynus Orca, il più grande capolavoro letterario del Novecento siciliano) non esitava a sentenziare: “Io non ho nessuna simpatia nè pazienza per i dialetti meridionali, poichè sono tutti legati a una civiltà contadina, rassegnata, inerte, corrotta, cinica. I dialetti da promuovere sono quelli padani che già risentono della civiltà industriale”.

Era il 1960, e in tutta Italia imperversavano le celebrazioni del centenario della cosiddetta “Unità”, cioè della nostra Catastrofe. In un clima miracolistico, laddove una Madonnina, Mater Dolorosa ancora incompresa, aveva pianto, gli ItAliENI di Enrico Mattei colonizzavano l’Isola e fondando a Gela la loro “capitale” e imponendo un “modello di sviluppo” neocoloniale a tutta la Sicilia orientale. E benchè poco ci mancò acchè il Mattei venisse elevato agli altari della santità, la verità, anche stavolta, riaffiora dalle nebbie dei sofismi neocoloniali e dalle contraddizioni della lingua biforcuta dei visipallidi invasori. Nel mare color del mercurio. Guai ai vinti?.

Gli antichi popoli sono come i sogni. Se non li si ricorda all’alba giacciono sepolti nella mente remota, nel Monte Elicona del DNA. Ombre vaganti, mute risposte che attendono di offrirsi ad eterne domande.

Se svegliare chi dorme è imporre all’altro l’interminabile prigione dell’Universo, rivelargli che è qualcuno, sottomesso a un nome che lo svela “y a un cumulo de ayeres” (J.L.Borges), se è il sonno, caro Principe, a fottere i Siciliani, è pur vero ch’esiste una zona di confine, liminare, stranizzanti, in cui l’immaterialità del Sogno permette di rinominare la Realtà, di alzare su di essa un nuovo sguardo: più autentico, più vero.

Se “la Nazione è un plebiscito di tutti i giorni” (Renan) la sua distruzione è l’esatto opposto.

Tra le fonti d’acqua pura alle quali attingere per coltivare l’Isola-Giardino non v’è certo la letteratura autolesionista, sebbene non priva di qualità, che un’intera filiera di scrittori “siciliani” -canalizzati spesso da editori padani- ci ha riversato addosso, traendone peraltro i clichés per un certo cinema che sta allo Spettacolo neocoloniale come la mannaia sta al patibolo. Non esiste nessuna Letteratura siciliana. Esistono scrittori siciliani. Punto.

Nell’inchiesta parlamentare Franchetti-Sonnino, alla fine dell’Ottocento, sebbene con toni denigratori, si prescriveva la “civilizzazione dei siciliani” oppure la loro restituzione alle “forze naturali” dell’Isola. Non ho mai riso tanto in vita mia: l’illuminismo conservatore toscano aveva la mente malata ma gli occhi buoni.

Mussolini fece appendere nelle aule scolastiche siciliane il ritratto del prefetto Mori che avrebbe dovuto, macari iddhu, “civilizzare i siciliani”, dopo che la polizia savoiarda aveva spacciato nei paesi dell’Isola la balla secondo cui il Re di Talia aveva acquistato dal Portogallo un’isola in cui deportare tutti i bambini siciliani che parlavano in siciliano. Quello che ci hanno fatto lo so io e altri Settanta: siamo una potenza. E in Portogallo ci andiamo in vacanza.

La Sicilia è la sua Geografia, il suo Mare. Il Mare è il suo elemento quanto l’inquietudine geologica è la sua fluida condizione d’esistenza…E il Mondo è di chi impara a camminare sulle acque, a dare forma all’informe Caos.

L’Isola, grande Nave di Pietra, “luogo di accumulo” per la potenza marittima, punto fermo nella dialettica degli spazi immensi, è il suo Mare. Nel Mare, pianura d’acqua e sale, è il suo Destino. Grandi Montagne, sommerse dal Tempo. Altipiani di pietre e vento sul tetto degli abissi, solo le Isole hanno un cuore nel cuore di questo corpo celeste. Un cuore come un nodo di Nervi e di Storia. Se muoiono le Isole muore il Mondo. Un Mondo al quale l’isolano cosciente è legato in modo speciale, perchè al suo cuore di zolfo, che pulsa nel Centro della Terra, il suo Sintimentu converge, come le verticali di Archimede.

La Sicilia è la sua Lingua, le sue decine di dialetti, che custodiscono inuditi la Memoria di una Storia complessa, originale, che produce un Popolo. Lo storico francese Henri Bresc ha definito la Sicilia “mosaico di culture e nazione ribelle”. L’identità del Siciliano Vero è multidimensionale e aperta al Mondo.


“Amo il mio secolo perchè è la patria che posseggo nel tempo… L’amo perchè mi permette di allargare di molto i limiti della mia patria nello spazio”. Così scriveva Lev Trockij in “Letteratura e Rivoluzione” (1908).

Anche la “patria” di Holderlin, l’heimat, è pensata dal punto di vista di Sein und Zeit, Essere e Tempo: è essenziale, “nulla a che vedere col nazionalismo”. (M.Heidegger)

Nel suo “ritorno a casa” Holderlin “si preoccupa che la gente della sua terra trovi la propria essenza”, che non risiede per nulla in un egoismo ma nella peculiare condivisione di un Destino umano.

Se la Storia di sé e del popolo al quale si appartiene non ha un senso, un valore pratico, nulla ha un senso. Il nihilismo, malattia virale del Mondo, è figlio dello sradicamento, della perdita del Sogno, della sua Memoria. La Terra sulla quale camminiamo è viva delle ceneri solidificate di decine di generazioni. Tutte passate “come un’aria che cambia” (Rilke).

Noi non siamo gli eredi di nulla, noi siamo l’eredità stessa. Saperlo è un passo avanti, esserne all’altezza è invece tutt’altra questione. Spirituale e Politica. La Sicilia va difesa e liberata. E’ TERRA SACRA. Punto.

“Caligante di nascente zolfo è la bella isola di Trinakria” scrisse Dante nella Commedia. Di zolfo e salnitro, polvere da sparo, è il suo sottosuolo, che scintillò la detonazione dell’Era Moderna; e un Vulcano è il perno della sua identità, quotazero dell’Anima siciliana, quanto l’insularità mediterranea è vortice che attrae e accumula quel sea power, quella potenza marittima che può essere impugnata dal Popolo Siciliano o dai suoi dominatori: è solo una questione di rapporti di forza. Forza del Sintimentu. “…e sotto il suolo molti Fuochi s’accendono…e così la Terra accresce il proprio Corpo” (Empedocle, Poema Fisico).

Se il Verbo generò i Mondi con un soffio di vento, questo soffio permane memoria primordiale alimentata dal Fuoco che pulsa dal Cuore del nostro Terramare animando u Sintimentu del Sicilianu Novu. E’ Energia. Scorre in altre regioni teologiche. Ha un Tempo suo. Il Tempo in cui sulI’Isola del Sole pascolavano “…sette mandrie di vacche e sette greggi di pecore belle, con cinquanta creature ciascuna, che mai partoriscono nè muoiono, ed hanno guardiane due Dee dai bei capelli, Faetusa e Lampezia, che al Sole Iperione generò la divina Neera…” come raccontava Circe, divina e veggente, a Ulisse (Omero, Odissea).

Sette mandrie di vacche e sette greggi di pecore belle, con cinquanta creature ciascuna, consacrate al Sole: questo è un Calendario!. 350 giorni e altrettante notti “che mai partoriscono nè muoiono”. Il Calendario del Sicilianu Novu, che registra con l’Orologio a polvere il suo Tempo liberato. Dalla Cima dell’Etna.

@New York 1999. Mario Di Mauro (Diario).

“Dalla Cima dell’Etna”. Queste pagine di appunti furono prodotte nel 1999 per una seconda edizione ampliata del libro “L’ombra di Kokalos – frammenti di un discorso sull’identità siciliana” (1992). Non ancora realizzata.